TechCrunch presenta Hark, un assistente IA della giovane startup di Brett Adcock (il design è di Abidur Chowdhury, ex Apple). Hark Pro non si presenta come un'app ma come un'interfaccia a schermo intero, in stile sistema operativo: un dialogo centrale, un feed di suggerimenti d'azione e 'pannelli' personalizzabili. Soprattutto, gira su un modello addestrato a usare un computer: si collega a mail, calendario, dischi e carte bancarie, e svolge compiti concreti — approvare una spesa, rispondere a un messaggio, prenotare un volo, persino rinnovare il libretto di un'auto sul sito del DMV. Un dettaglio rivelatore: l'agente mostra la sua navigazione in una piccola finestra, 'per costruire fiducia'. Sulla privacy Hark si distingue ('non siamo Meta né OpenAI', niente pubblicità, niente rivendita di dati) ma, osserva TechCrunch, senza dettagliare alcun meccanismo tecnico preciso.

È tutto qui il nodo degli agenti: per essere utili, chiedono le chiavi della tua vita digitale. La promessa 'niente pubblicità, dati solo per il compito' è benvenuta, ma una promessa non è una garanzia — e mostrare l'agente navigare in una finestra, per quanto astuto, è pedagogia, non sicurezza. In Devside crediamo che la fiducia in un agente si costruisca dal concreto: concedere il minor accesso che il compito richiede, rendere ogni azione visibile e reversibile, chiedere conferma prima di ciò che è irreversibile (un pagamento, un invio) e dire con chiarezza dove vivono i dati. Un agente utile è uno che puoi guardare lavorare — e fermare con un solo gesto.